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Il testo della cantata Victor Nabor Felix pii
"Se fossi un antiquario, non avrei occhi che per
le cose vecchie. Ma sono uno storico. Ecco perché amo la vita": la frase,
del noto studioso Henri Pirenne, è a buon diritto divenuta proverbiale fra i
cultori di storia. Come spesso accade nel caso di messaggi di disarmante
chiarezza, può far comodo mettere queste parole da parte, pure in vetrina, e
non pensarci più; tuttavia esse rimangono a tracciare lo spartiacque fra chi si
innamora del "mestiere di storico" in senso vitale e chi invece se ne
occupa nel solco dell'acribia antiquaria. Così, se il primo non nega il
secondo, il secondo rimane però un passo indietro, a braccia conserte.
Chi si innamora comunica. Oggi, certo ben oltre i confini della ricerca storica
in senso stretto, si parla spesso di fonti e si fa appello alla ricerca delle
testimonianze originarie. Ma esse possono essere utilizzate in modi differenti.
Lo storico che - come Pirenne - ama il proprio mestiere amando la vita, può
risalire alla documentazione del fenomeno indagato per comunicarne il messaggio
a un più vasto pubblico, senza trasformarlo in grossolana divulgazione. Più
che in altri frangenti, in questi entrano in gioco l'attenzione e l'onestà
dello studioso.
Le vite dei santi non sono solo preziosi serbatoi di informazioni, ma
costituiscono anche un punto di vista privilegiato da cui osservare persistenze
e trasformazioni della cultura e dell'immaginario. Esistono diversi tipi di
fonti agiografiche, dalle legendae ai martirologi, dai testi liturgici alle
orazioni, e ciascun genere letterario va affrontato e approfondito con strumenti
appropriati. Non si tratta tanto di aggredire le fonti, quanto piuttosto di
porre loro quesiti nel modo adatto: testimoni del passato, esse infatti
rispondono solo se interrogate con avveduta competenza.
Poi viene la divulgazione. Proporre al pubblico odierno - che pure manifesta
interesse sia per la storia sia per il sacro - le vitae sanctorum significa
anche trovare una formula appropriata all'ascolto. La forma di cantata ben si
presta non solo ad operare un intreccio di fonti che permetta di porle
reciprocamente in luce, ma anche di avvicinare l'agiografia nel suo connotato
saliente di racconto esemplare, di vicenda eroica, oggi più facilmente raccolto
dalla cinematografia.
Vittore, Nabore e Felice sono, per tradizione, santi martiri di Milano.
Di origine "maura" - ossia provenienti dall'Africa mediterranea, come
il più famoso san Maurizio - si fecero soldati al servizio dell'imperatore
romano Massimiano ma, accusati di essere cristiani, furono imprigionati,
interrogati e torturati fino a che, di fronte al loro perentorio rifiuto di
rendere omaggio agli dei pagani, vennero fatti decapitare all'incirca nell'anno
303 presso Laus Pompeia, odierna Lodi Vecchio, ove esisteva una comunità
cristiana piuttosto importante, che l'imperatore voleva intimorire.
A narrarci di loro fu, anzitutto, sant'Ambrogio, che in uno dei suoi inni
tratteggiò la vicenda dei tre santi e li definì "Mediolani martyres"
(martiri di Milano). Esistono poi numerose passiones, da cui ricostruire le
vicende-leggende biografiche e i miracula; sono rintracciabili anche quelle
composte per la lettura durante la liturgia.
Il ricordo di questi santi, vivo in area milanese e lodigiana, è fissato
rispettivamente l'8 di maggio per Vittore e il 12 luglio per Nabore e Felice,
date che la tradizione fa coincidere con la loro morte. Probabilmente a causa
della diversa ubicazione del sepolcro, la figura di Vittore è diventata
autonoma, mentre Nabore e Felice sono rimasti uniti nella memoria e nel culto.
Oltre alle vitae, anche la leggenda agiografica del ritrovamento e della
traslazione delle loro reliquie da Lodi Vecchio a Milano (ove ora sono
conservate) è particolarmente colorita.
Nella stesura di questo testo in forma drammatizzata, dalle fonti prettamente
agiografiche sono scaturite relazioni con altre fonti, soprattutto evangeliche -
i santi si propongono infatti come imitatori di Cristo - ma anche
veterotestamentarie e della consuetudine innologica. Inni e salmi, in
particolare, operano da ponte con la tradizione corale religiosa antica, ebraica
e cristiana. Il risultato è una trama testuale essenziale, pensata per essere
rappresentata con estrema semplicità, nello stile del racconto agiografico,
incisivo e senza orpelli. In filigrana, un messaggio meno strettamente religioso
di quanto a prima vista può apparire, e più ampiamente morale: andare alle
radici e non temere di farsi portatori di luce. Fonti e attualità in una delle
forme possibili di connubio.
NOTE ALLA PARTITURA
La partitura della Cantata Victor Nabor Felix pii è
nulla più che un suggerimento; allo stesso modo della gran parte della musica
fino al periodo romantico e come la contemporanea produzione di musica di
consumo, essa vive del momento, dell'aria e del sentire dei musicisti, quasi
aspettando che qualcuno la colorisca di timbri e l'animi di una scansione
temporale tutta propria; essa non vuole imporsi come definitiva, non reclama
rispetti filologici, non parla alla storia; aspira solo a realizzare la fantasia
e la gioia del maneggiare artigianalmente del materiale musicale, senza
ingessature né superbie, accontentandosi di vivere per quell'attimo d'insieme.
La versione proposta è per organo e coro. Alcune melodie possono essere
affidate a strumenti a piacere, flauto, arpa, ottoni; in molte musiche risulta
molto efficace la presenza dei timpani o delle percussioni; per l'arioso n. 13
è consigliata la tromba, perché la melodia vuole essere un gioioso, se così
si può dire, canto funebre in cui è adombrata la gloria pervenuta ai martiri.
Nessuna melodia è da intendere dogmaticamente alla lettera, anzi, più viene
personalizzata e più -siamo certi- acquista vitalità ed espressività;
l'improvvisazione si rende necessaria tanto in alcuni brani per incorniciare il
canto, come ad esempio il n. 10, tanto per la parte di accompagnamento per
arricchirla di suoni e di ritmi; alcune frasi del testo, come ad esempio "…nella
città di Milano c'era una grande persecuzione contro i cristiani", possono
essere sottolineate con una improvvisazione per organo e timpani, adottando un
ritmo appropriato, e così altre, che lasciamo alla ricerca e alla fantasia
degli esecutori. L'accompagnamento scritto, da arrangiare per qualsiasi tipo di
organo, è in qualche modo evocativo di scarne e agri sonorità medievali, da
sottolineare volentieri con ance forti e bassi ricchi di armonici.