Fausto Caporali

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De Domino in Domnino. 
Cantata in onore di San Donnino per Coro di voci bianche, tenori, bassi, voce recitante e strumenti ad. libitum e basso continuo. Testi a cura di Adelaide Ricci.
 
N. Cat. ECV 094

€ 50,00

 
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Il testo della cantata De Domino in Domnino (Le dieci stazioni della passio di san Donnino) - A cura di Adelaide Ricci.

 Nel 1927 la località di Borgo San Donnino mutava il suo nome in Fidenza, perdendo però soltanto nel toponimo il profondo legame col suo santo patrono. Il culto di san Donnino è infatti antichissimo e radicato in questo territorio, presso cui egli subì il martirio e che poi senza interruzioni ne custodì le reliquie. L’odierna basilica monumentale risale al XII secolo, ma vi furono edifici sacri precedenti dedicati a Donnino, nel VI e poi nel IX secolo. Sulla facciata sono collocate dieci sculture, attribuite alla scuola antelamica, con rappresentati gli episodi salienti della vita del santo e i miracula da lui compiuti.

La tradizione relativa alla passio di Donnino, che colloca la morte del santo tra la fine del III e l’inizio del IV secolo (al giorno 9 di ottobre, secondo alcuni martirologi), si presenta complessivamente omogenea benché in gran parte leggendaria e preminentemente ispirata al modello di san Maurizio; essa testimonia un culto già fiorente nel secolo VI, mai spento nel periodo medievale e da lì proseguito fino ai giorni nostri. In particolare la cosiddetta passio parmensis, che ci è tramandata da un codice dell’XI secolo conservato presso la Biblioteca Palatina di Parma (Ms. Parm. 978), fornisce una serie di episodi piuttosto dettagliati, che seguono quasi passo passo la vicenda illustrata dal ciclo di san Donnino sulla facciata del duomo.  

Da qui l’idea di articolare in stationes la drammatizzazione della vicenda di questo antico martire. In qualità di primo cubicolario dell’imperatore Massimiano, Donnino ha il compito di conservare la corona e di porla ogni giorno sul capo del regnante (statio I); ben presto però, convertitosi al cristianesimo, si congeda dall’imperatore per mettersi al servizio di Dio (statio II). Prende inizio così la concitata fuga del santo e dei suoi compagni, perseguitati dal crudele Massimiano: Donnino si dirige verso la via Emilia (statio III), ma, raggiunto dai messi imperiali presso il fiume Stirone, a metà strada tra Piacenza e Parma (statio IV), viene decapitato senza processo (statio V). Subito si compie un miracolo: il martire attraversa il fiume reggendo la propria testa (statio VI) e va a coricarsi in un bosco, per dormire il sonno eterno al riparo dai nemici (statio VII). Dopo molto tempo, il ritrovamento del suo corpo e la conseguente costruzione di un edificio di culto a lui dedicato sono accompagnati da alcuni prodigi: un infermo ottiene la guarigione (statio VIII) ma, derubato del suo cavallo, lo ritrova dopo aver pregato di nuovo con fede Donnino (statio IX); infine, il crollo del ponte di legno sullo Stirone trascina con sé una folla di fedeli tra cui una donna gravida, che sopravvive illesa (statio X).  

Al tema conduttore della fuga, che domina la prima parte della legenda, quasi scandita dallo scalpitio dei cavalli, subentra quello del miracolo, di atmosfera fiabesca, segno della santità di Donnino. Una vicenda che, nel solco della tradizione agiografica, vuole illustrare con semplicità le meraviglie compiute da Dio nell’uomo, appunto de Domino in Domnino (“il racconto di Dio in Donnino”). Un uomo, dunque, campione della fede sì, ma carico di quel maraviglioso che troppo sbrigativamente viene etichettato come “medievale”, e che è presenza semplice del sacro nel quotidiano, di cui oggi soffriamo, certo non saggiamente, rifiuto e nostalgia.