Cecilia Vettorazzi
Elévation à la Trinitè
Per 2 soprani e orchestra d'archi (2005)
Su testo di Elisabetta della Trinità
 
Partitura € 15,00
Numero Collana ECV 110PT
Numero Catalogo A1265M
ISMN M-2158-1265-9

Set Parti € 00,00
Numero Collana ECV 110PS
Numero Catalogo A1266M
ISMN M-2158-1266-6
Sample Page
Presentazione al volume
I Testi
Nota dell'Autore
Altre composizioni per CORO A CAPPELLA
Altre composizioni per CORO E ORGANO


 

NOTA DELL'AUTORE:

Era la sera del 21 novembre 19 04 quando Elisabetta scrisse l’Elévation à la Trinité una delle più belle preghiere della cristianità che fu trovata dopo la sua morte, era la dichiarazione d’amore al suo Dio.

Geniale pianista fin da piccola, visse un’avventura spirituale che la portò prestissimo ad avere la percezione della presenza di Dio dentro di lei. Elisabetta si sentiva abitata da Dio e questo luogo lei lo descriveva come una stanza segreta nella sua intimità dove lei si appartava per pregare.

È proprio nella continua ricerca verso un “luogo sonoro” nella sensazione della Sua presenza, che la musica intende muoversi. Questo suono è rappresentato dalla nota “Sol” in dialogo fra gli strumenti ad arco e le cantanti e sempre rintracciabile in tutta la composizione. L’unisono dell’orchestra con le voci diventa quindi l’emozionante incontro del Creatore con la sua creatura, un luogo sicuro, immutabile; è il punto dal quale le voci prendono vita disegnando i loro canti a volte quieti a volte molto liberi ma dentro il quale inevitabilmente tornano a riposare attratti dalla sua forza creatrice.

Ecco come avviene la raffigurazione: il primo soprano, Elisabetta, tiene compagnia al suo Dio cantando per Lui, mentre il secondo soprano è l’eco che canta nell’eternità.

La composizione è divisa in tre parti. Nella prima il canto si rivolge al Padre con un ritmo dato dagli accenti delle parole, dispiegandosi poi su una danza leggera in un cedere al fascino dell’amata musica. Nella seconda parte si rivolge al Figlio e confida a Cristo il suo amore. Nella terza parte, dedicata allo Spirito Santo, ho tradotto in musica la fantasia che Lo contraddistingue usando nuovi suoni mai utilizzati prima e tenuti in serbo per questa occasione. Sono due i modi di muoversi. Un ritmo regolare e ricorrente per l’orchestra, più libero e indipendente per le cantanti; è come se la parola di Dio venuta nel nostro tempo non potesse restare prigioniera di un ritmo musicale definito. Nel finale le linee melodiche delle cantanti si muovono attraendosi l’una all’altra fino a convergere dentro quel suono, il ‘Sol’, che anche l’orchestra assimila gradualmente in un atteso unisono, emozionante incontro del Creatore con la sua creatura.


 

PRESENTAZIONE AL VOLUME DI  FRA STEFANO CONOTTER ocd:

Elisabeth Catez nacque il 18 luglio 18 80 nel Campo militare d'Avor presso Bourges (Francia). Quello stesso anno le morirà il papà.  Il 19 aprile 18 90 ricevette la Prima Comunione e nel 1894 emise il voto di verginità. Sentendosi chiamata alla vita religiosa chiese alla madre il permesso di poter entrare al Carmelo. Questa le oppose un netto rifiuto, fino a quando - su continue richieste di Elisabetta - non fu costretta a cedere  a condizione però che vi entrasse al compimento della maggiore età. Il 2 agosto 19 01 entrava nel Carmelo di Digione dove l' 8 dicembre 19 01 vestì l'abito religioso. L' 11 gennaio 19 03 emise la Professione religiosa e il 21 gennaio dello stesso anno compì la cerimonia della velazione monastica.

I restanti cinque anni della sua vita religiosa furono una continua ascesa verso Dio il quale purificò la sua anima con sofferenze spirituali e fisiche. Morì a 26 anni il 9 novembre 19 06.

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Dopo questa breve nota biografica, vale la pena sottolineare che Elisabetta aveva una sensibilità musicale particolarmente spiccata. Cominciò a suonare il pianoforte fin da piccola e in pochi anni riuscì a raggiungere un livello tale di preparazione che la portò a vincere, a soli 13 anni, un importante Concorso pianistico.

Elisabetta passava diverse ore della sua giornata al piano e chi la ascoltava rimaneva colpito dalla sua straordinaria sensibilità. Ecco una delle tante testimonianze: “C’era qualcosa che emanava da lei, qualche cosa che veniva dalle profondità del suo essere e che lei traduceva nel suo modo di suonare, ed effondeva musica umanamente, naturalmente, ma anche soprannaturalmente”. In occasione di un concerto così si esprimeva un giornale dell’epoca: “La signorina Catez, di soli 14 anni, ha suonato la seconda rapsodia di Liszt come una vera virtuosa, eseguendo il suo brano con una tale maestria che ha catturato tutta la sala”.

Abbiamo riportato alcune impressioni di chi ascoltava Elisabetta anche per sottolineare come ogni atto artistico implichi uno spettatore. L’arte è comunicativa per sua natura e lo spettatore non è semplicemente un elemento accidentale dell’atto artistico. Può accadere a volte che lo spettatore condizioni troppo l’esecuzione dell’artista, a tal punto che questa è misurata unicamente dalle sue attese. Altre volte invece l’arte può ridursi solo a espressione individuale dei propri stati d’animo. Credo che l’arte raggiunga la sua pienezza quando queste due dimensioni - l’espressione di sé e la comunicazione con lo spettatore - si uniscono in un solo movimento.

Ma che cosa accade quando lo spettatore principale, colui per il quale si esegue, è Dio stesso?

E’ questa l’esperienza di Elisabetta: esperienza spirituale certo, ma anche artistica. Così scriveva ad una ragazza intimorita di dover suonare in un concerto: “Ecco il mio segreto: è necessario che dimentichi tutti coloro che ti ascoltano e che ti senta sola con il Maestro divino: allora è solo per Lui che si suona con tutta l’anima, e che si sanno trarre dallo strumento accordi puri, e a un tempo possenti e dolci. Oh, quanto mi piaceva parlarGli così!”

Alla mamma che aveva giudicato solamente ‘passabile’ una sua esecuzione, nella preoccupazione che lei non si inorgoglisse, aveva risposto senza discutere: “Un’altra volta mi applicherò maggiormente”. Ma poi ad un’amica aveva espresso la sua delusione: “Avrei voluto che fosse perfetta, perché suonavo per Dio”.

In questo desiderio di perfezione è già contenuta tutta la vocazione di Elisabetta. Quando infatti entrando al Carmelo non potrà più suonare e non avrà più un pubblico ad ascoltarla, la verità essenziale del suo essere musicista – suonare per Dio – continuerà ancora più profondamente. Anzi ora è lei lo strumento nelle mani dell’Artista Divino per trasformarsi in una Lode alla Trinità. Così si esprimeva: “Una Lode di gloria è un anima di silenzio che si mantiene come una lira sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo, perché ne faccia uscire delle armonie divine”.

“Lode di Gloria”è il nome con cui firmerà i suoi ultimi scritti, come la scoperta della sua vera identità, che compie non solo la sua storia religiosa ma anche la sua vocazione artistica come in un’unica parabola. Così testimonia una consorella: “ Negli ultimi istanti di vita teneva le mani come sulla tastiera di un pianoforte”.