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NOTA DELL'AUTORE:
Era
la sera del
Geniale
pianista fin da piccola, visse un’avventura spirituale che la portò
prestissimo ad avere la percezione della presenza di Dio dentro di lei.
Elisabetta si sentiva abitata da Dio e questo luogo lei lo descriveva come una
stanza segreta nella sua intimità dove lei si appartava per pregare.
È
proprio nella continua ricerca verso un “luogo sonoro” nella sensazione
della Sua presenza, che la musica intende muoversi. Questo suono è
rappresentato dalla nota “Sol” in
dialogo fra gli strumenti ad arco e le cantanti e sempre rintracciabile in tutta
la composizione. L’unisono dell’orchestra con le voci diventa quindi
l’emozionante incontro del Creatore con la sua creatura, un luogo sicuro,
immutabile; è il punto dal quale le voci prendono vita disegnando i loro canti
a volte quieti a volte molto liberi ma dentro il quale inevitabilmente tornano a
riposare attratti dalla sua forza creatrice.
Ecco
come avviene la raffigurazione: il primo soprano, Elisabetta, tiene compagnia al
suo Dio cantando per Lui, mentre il secondo soprano è l’eco che canta
nell’eternità.
La composizione è divisa in tre parti. Nella prima il canto si rivolge
al Padre con un ritmo dato dagli accenti delle parole, dispiegandosi
poi su una danza leggera in un cedere al fascino dell’amata musica. Nella
seconda parte si rivolge al Figlio e
confida a Cristo il suo amore. Nella terza parte, dedicata allo Spirito
Santo, ho tradotto in musica la fantasia che Lo contraddistingue usando
nuovi suoni mai utilizzati prima e tenuti in serbo per questa occasione. Sono
due i modi di muoversi. Un ritmo regolare e ricorrente per l’orchestra, più
libero e indipendente per le cantanti; è come se la parola di Dio venuta nel
nostro tempo non potesse restare prigioniera di un ritmo musicale definito. Nel
finale le linee melodiche delle cantanti si muovono attraendosi l’una
all’altra fino a convergere dentro quel suono, il ‘Sol’,
che anche l’orchestra assimila gradualmente in un atteso unisono, emozionante
incontro del Creatore con la sua creatura.
PRESENTAZIONE AL VOLUME DI FRA STEFANO CONOTTER ocd:

Elisabeth Catez
nacque il
I
restanti cinque anni della sua vita religiosa furono una continua ascesa verso
Dio il quale purificò la sua anima con sofferenze spirituali e fisiche. Morì a
26 anni il
Dopo
questa breve nota biografica, vale la pena sottolineare che Elisabetta aveva una
sensibilità musicale particolarmente spiccata. Cominciò a suonare il
pianoforte fin da piccola e in pochi anni riuscì a raggiungere un livello tale
di preparazione che la portò a vincere, a soli 13 anni, un importante Concorso
pianistico.
Elisabetta
passava diverse ore della sua giornata al piano e chi la ascoltava rimaneva
colpito dalla sua straordinaria sensibilità. Ecco una delle tante
testimonianze: “C’era qualcosa che
emanava da lei, qualche cosa che veniva dalle profondità del suo essere e che
lei traduceva nel suo modo di suonare, ed effondeva musica umanamente,
naturalmente, ma anche soprannaturalmente”. In occasione di un concerto
così si esprimeva un giornale dell’epoca: “La
signorina Catez, di soli 14 anni, ha suonato la seconda rapsodia di Liszt come
una vera virtuosa, eseguendo il suo brano con una tale maestria che ha catturato
tutta la sala”.
Abbiamo
riportato alcune impressioni di chi ascoltava Elisabetta anche per sottolineare
come ogni atto artistico implichi uno spettatore. L’arte è comunicativa per
sua natura e lo spettatore non è semplicemente un elemento accidentale
dell’atto artistico. Può accadere a volte che lo spettatore condizioni troppo
l’esecuzione dell’artista, a tal punto che questa è misurata unicamente
dalle sue attese. Altre volte invece l’arte può ridursi solo a espressione
individuale dei propri stati d’animo. Credo che l’arte raggiunga la sua
pienezza quando queste due dimensioni - l’espressione di sé e la
comunicazione con lo spettatore - si uniscono in un solo movimento.
Ma
che cosa accade quando lo spettatore principale, colui per il quale si esegue,
è Dio stesso?
E’
questa l’esperienza di Elisabetta: esperienza spirituale certo, ma anche
artistica. Così scriveva ad una ragazza intimorita di dover suonare in un
concerto: “Ecco il mio segreto: è
necessario che dimentichi tutti coloro che ti ascoltano e che ti senta sola con
il Maestro divino: allora è solo per Lui che si suona con tutta l’anima, e
che si sanno trarre dallo strumento accordi puri, e a un tempo possenti e dolci.
Oh, quanto mi piaceva parlarGli così!”
Alla
mamma che aveva giudicato solamente ‘passabile’ una sua esecuzione, nella
preoccupazione che lei non si inorgoglisse, aveva risposto senza discutere:
“Un’altra volta mi applicherò maggiormente”. Ma poi ad un’amica aveva
espresso la sua delusione: “Avrei voluto che fosse perfetta, perché suonavo
per Dio”.
In
questo desiderio di perfezione è già contenuta tutta la vocazione di
Elisabetta. Quando infatti entrando al Carmelo non potrà più suonare e non avrà
più un pubblico ad ascoltarla, la verità essenziale del suo essere musicista
– suonare per Dio – continuerà ancora più profondamente. Anzi ora è lei
lo strumento nelle mani dell’Artista Divino per trasformarsi in una Lode alla
Trinità. Così si esprimeva: “Una Lode
di gloria è un anima di silenzio che si mantiene come una lira sotto il tocco
misterioso dello Spirito Santo, perché ne faccia uscire delle armonie
divine”.
“Lode
di Gloria”è il nome con cui firmerà i suoi ultimi scritti, come la scoperta
della sua vera identità, che compie non solo la sua storia religiosa ma anche
la sua vocazione artistica come in un’unica parabola. Così testimonia una
consorella: “ Negli ultimi istanti di
vita teneva le mani come sulla tastiera di un pianoforte”.